Kenya: Legge antiterrorismo. Alcune riflessioni

 
 
Nairobi, 22/12/2014
 
 
Sempre più spesso si trovano persone pronte a pagare di persona per la difesa dei propri ed altrui diritti. Se c’è un disegno dittatoriale, non avrà vita facile.
 

Nel 2014, più di trecento cittadini Kenioti hanno perso la vita in attacchi terroristici. La maggioranza degli attentati ha avuto luogo in posti remoti, nel nord est del paese. Il gruppo terroristico Al-Sabaab, operante in Somalia e in Kenya, ha messo a segno vari colpi. Ma spiegare tutto come un attacco di terroristi Somali sarebbe semplicistico.

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Il massacro perpetrato a Mpeketoni, 200 km a nord di Mombasa, lo scorso giugno ha visto impegnati terroristi Kenioti a fianco di individui Somali. Se è vero che Al-Shabaab accoglie anche combattenti locali, è anche vero che in Kenya (così come in altri Paesi del mondo) ci sono dei centri di apprendimento radical-islamico. Queste cellule indottrinano i giovani e li smistano a gruppi terroristici sia in Africa che in Asia.

Alcuni attentati terroristici minori, che sfuggono quindi all’interesse internazionale, sono però apparsi strani. Nessuno ha rivendicato gli attacchi.

Chi li ha organizzati, finanziati, voluti? Le “voci” (e quindi mai le prove), parlano di gruppi sostenuti dal governo, altri dall’opposizione. Impossibile fare chiarezza. Dal punto di vista politico, la situazione rimane delicata. Il governo ha rimosso e sostituito tutti gli ufficiali incaricati della sicurezza nazionale e molte delle più alte cariche della polizia. Sempre il governo è stato accusato di aver messo nei centri di potere solo persone legate alla figura del presidente, o del suo stesso gruppo etnico, i Kikuyu.

L’opposizione prende spunto da questi fatti per attaccare il governo, ora accusato di voler tornare al partito unico e alla dittatura. Da parte sua, la lentezza con cui il governo ha risposto agli attacchi terroristici sembra sostenere il parere di coloro che credono nel coinvolgimento del Presidente per qualche arcano motivo.

La legge anti terrorismo approvata la scorsa settimana non era una novità. Era in preparazione da settimane e il contenuto era ben noto ai legislatori. Vari incontri tra parlamentari di schieramenti diversi avevano portato a smussare gli spigoli, mediando sulle parti più controverse. La sera prima del voto in aula, esponenti delle due fazioni (ODM e Jubilee) si erano accordati per un testo accettabile a tutti.

Il giorno dopo, il governo ha invece ripresentato lo stesso disegno di legge senza le migliorie e le correzioni suggerite e discusse la sera prima, una decisione di difficile interpretazione politica.

È chiaro che il Presidente Uhuru Kenyatta non abbia grandi simpatie per la nuova costituzione, che prevede la devoluzione di tutti i poteri alle contee e a comitati sempre più vicini alla gente. Ed è anche vero che in varie occasioni il governo ha fatto il gioco sporco, favorendo candidati pro-governativi a tutte le cariche dello stato o delle contee, con poca attenzione alla rappresentatività degli stessi.

Dal canto suo, l’opposizione non è riuscita a presentare un vero progetto politico, un piano alternativo a quello governativo. Ogni tentativo di aumentare la democrazia interna è fallito. I famosi “uomini in nero” – un gruppo di uomini muscolosi vestiti di nero con occhiali scuri per impedire l’identificazione – hanno violentemente interrotto tutte le elezioni interne degli ultimi mesi. È chiaro che questi uomini in nero sono mandati da Raila Odinga, eterno candidato perdente a tutte le cariche dello stato.

Odinga è il leader dell’opposizione e non ammette voci contrarie alla sua all’interno della coalizione. La sua stella sembra essere sfumata, ma per ora ha stretto in mano il suo partito. Il guaio di Odinga è che i Luo – suo gruppo etnico – votano compatti per lui, mentre gli altri sono altrettanto compatti contro di lui.

Anche Odinga ha interesse ad un paese piegato dalla insicurezza. È l’unica carta che gli rimane per attaccare il governo.

Molto probabilmente tutti questi fattori agiscono contemporaneamente, favorendo il governo duro che Uhuru tanto ama, ma favoriscono anche il pericolo reale di una deriva anti-democratica. Dall’altro lato, fortunatamente, il parlamento ha dimostrato di essere capace di reagire ai tentativi dell’esecutivo di avere il controllo assoluto delle forze di polizia e delle associazioni che difendono i diritti umani.

Non dimentichiamo che il Kenya è troppo importante per l’occidente e per le Nazioni Unite, non sarà facile per alcuno imporre una nuova dittatura dopo quella, lunga, di Daniel arap Moi.

I cittadini Kenioti hanno dimostrato proprio nei mesi scorsi di essere cresciuti in sensibilità verso i diritti umani e politici. I partecipanti a dimostrazioni pacifiche in sostegno dei diritti è cresciuto. 

Sempre più si trovano persone pronte a pagare di persona per la difesa dei propri ed altrui diritti. Se c’è un disegno dittatoriale, non avrà vita facile.

Fonte (Misna)